Rapporto Confidenziale - numeroquattro - aprile 2008

finalmente online!!! è stata una
faticaccia, forse più estenuante del solito… ma ne è valsa la pena. Aiutateci a diffondere la rivista, sempre che la reputiate interessante….

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SOMMARIO del numeroquattro (aprile 2008)

Break up - L’uomo dei palloni di Samuele Lanzarotti p. 4

speciale
L’avventurosa storia della AMERICAN INTERNATIONAL PICTURES. Quarta parte: eroi neri e luoghi comuni bianchi - La Blaxploitation secondo la A.I.P. di
Roberto Rippa p. 6-12
Con gli approfondimenti (a cura di Roberto Rippa):
Pam Grier - cenni biografici p. 9
Coffy di Jack Hill (USA, 1973) p. 10
Foxy Brown di Jack Hill (USA, 1974) p. 11
Truck Turner di Jonathan Kaplan (USA, 1974) p. 12

intervista
Ken Jacobs: il demiurgo dell’immagine in movimento di Alessio Galbiati p. 14-18

Milano calibro 9 di Francesco Moriconi p. 20-21

anteprima
In viaggio per l’India a bordo del Darjeeling Limited di Emanuele Palomba p. 23

Redacted di Alessandra Cavisi p. 24

nelle sale
Tutta la vita davanti di Roberto Rippa p. 26

nelle sale
Juno: la favola moderna di Jason Reitman di Emanuele Palomba p. 28

Spell - Dolce Mattatoio di Samuele Lanzarotti p. 29-30

lo schermo negato
Malen’kie ljudi di Roberto Rippa p. 31

Specularità: il tema del doppio come leit-motiv nel cinema di Alessandra Cavisi p. 33-35

Edward & Sweeney: lame a confronto di Matteo Contin p. 36

Abre Los Ojos vs Vanilla Sky di Emanuele Palomba p. 37-38

Finalmente Domenica di Ciro Monacella p. 38

Digimag
Mike Mills: Human Before All! di Alessandra Migani p. 41-42

Thumbsucker. Il succhiapollice di Alessio Galbiati p. 43-45

Storia e discorso – articolo n° 2
Elementi di una teoria narrativa di Roberto Bernabò p. 47-48

Digimag
Sex is a pain in the ass di Loredana Menghi p. 49-50

Ultimo tango a Zagarol di Walter Veltroni p. 51

Intrigo internazionale di Alessandra Cavisi p. 52-53

“Io non sono un animale! Sono un essere umano! Sono…un…uomo” di Samuele Lanzarotti p. 55-56

brevemente
EUROPA di Roberto Rippa p. 58-59

speciale
Il serial cinematografico americano degli anni dieci: le serial queen - Terza parte di Alessio Galbiati p. 61-63

indice filmografico p. 65

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venerdì 28 marzo 2008 - dalle ore 19
@ BITTE - via Watt 37, Milano.

>>> proiezione in pellicola
Joe Strummer: The Future Is Unwritten (Irlanda,UK/2007)
di Julien Temple (124′)

Joe Strummer è pura leggenda, mito. Ma uomo. Dalle ali spezzate d’un talento strampalato, dall’umanità del mito, Julien Temple edifica un’agiografia per immagini dell’essere umano dietro al quale si celò, e si perse, John Graham Mellor (questo il vero nome del leader dei Clash). E’ un sapiente montaggio d’immagini di repertorio alternate ad una galleria di volti noti (Bono, Steve Buscemi, Brigitte Bardot, Matt Dillon, Johnny Depp, John Cusack, Terry Chimes, Jim Jarmusch, Mick Jagger and many many more…) che prestano il proprio Himself alla composizione d’un mosaico d’impressioni e ricordi. Vincitore del Briths Indipendent Film Award per il miglior documentario del 2007 e nominato nella stessa categoria al Gran Premio della Giuria del Sundance Film Festival e dell’Irish Film and Television Awards.

>>> prima e dopo la proiezione dj-set
Dre-Love, Diaz (Golden Bass)

DALLE 19
Ingresso libero + tessera ARCI
http://www.bittemilano.com

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Venerdì 28 marzo 2008 - ore 21.30
@ Spazio Oberdan - via Vittorio Veneto 2, angolo P.za Oberdan, Milano. map

Woyzeck
Regia: W. Herzog; Sceneggiatura: W. Herzog, dal dramma di Georg Büchner; Fotografia: Jörg Schmidt-Reitwein; Interpreti: Klaus Kinski, Eva Mattes, Wolfgang Reichmann. Germania 1979, col., 82’, v.o. sott. it.

Germania, fine ‘800: il soldato Franz Woyzeck, uomo buono e ingenuo, povero e dotato di una sensibilità profonda, legato alla servetta Maria dalla quale ha avuto un figlio. Per mantenere i due, cerca di incrementare la modestissima paga da soldato semplice facendo il barbiere per il capitano e per altri, e prestandosi agli esperimenti di un medico che lo costringe a nutrirsi solo di piselli per dimostrare l’animalità dell’essere umano. Quando scopre che la moglie lo tradisce cade in una profonda depressione. Copia ristampata dal Museo Nazionale del Cinema di Torino.

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Cover Boy: l’ultima rivoluzione

Regia: Carmine Amoroso; soggetto: Carmine Amoroso; sceneggiatura: Carmine Amoroso e Filippo Ascione; fotografia: Paolo Ferrari; montaggio: Luca Manes; musiche: Marco Falagiani e Okapi; scenografia: Maria Adele Cont; costumi: Alessandro Bentivegna; interpreti: Eduard Gabia (Ioan), Luca Lionello (Michele), Chiara Caselli, Francesco Dominedò, Gabriel Spahiou, Luciana Littizzetto; produzione: Filand s.r.l.; origine: Italia 2006; durata: 97’

Nelle sale dal 21 marzo 2008

TRAILER (.wmv)

Solo in Italia. Ci volevano 38 festival, di cui 25 internazionali, e svariati premi perché il mercato di casa nostra si decidesse ad accogliere Cover boy, l’ottimo secondo film di Carmine Amoroso. Interpretato dal giovane Eduard Gabia, da un Luca Lionello da Oscar e da un’inedita Luciana Littizzetto drammatica, il film uscirà a gennaio con il Luce. Era ora, visto che con poesia e sincerità assoluta affronta due temi attualissimi: il precariato e la difficile integrazione romena. [fonte: Gloria Satta, "Il Messaggero"]

“Cover-boy: l’ultima rivoluzione” di Carmine Amoroso è un film che aveva ottenuto nel maggio 2002 l’Interesse Culturale Nazionale e il conseguente finanziamento. Dopo un anno e mezzo di stallo (blocco delle commisioni ecc.) e mentre il film era in fase di preparazione, attraverso un provvedimento retroattivo (legge Urbani 2004) il finanziamento, regolarmente approvato dalla  commissione credito,  è  stato decurtato del 75%.  Nonostante l’enorme danno produttivo e alla stessa struttura narrativa, è prevalsa comunque l’urgenza di girare  il film. Con grandi sacrifici da parte degli autori, dei tecnici, delle maestranze, e del cast,  il film è stato così portato a termine nel settembre del 2006. Presentato alla prima edizione di Cinema Festa Internazionale di Roma, oggi risulta fra i film che maggiormente rappresentano l’Italia nei festival internazionali. [fonte: Paco Cinematografica. url]

Oltre a rappresentare un esempio di cinema «autarchico» suo malgrado, poiché rientra tra le pellicole finanziate dal ministero, poi messe in ginocchio da tagli ciclopici del budget. È Cover Boy opera seconda di Carmine Amoroso (l’esordio è del ‘96 con Come mi vuoi con Monica Bellucci) che sta girando a Roma in una delle periferie più familiari al cinema di Rossellini e Pasolini: il Mandrione, ancora oggi paesaggio di casctte abusive e baracche, popolato in gran parte da extracomunitari. È qui, infatti, che vivono i de protagonisti, affittuari di Luciana Littizzetto, nei panni di una padrona di casa desiderosa di fare l’attrice, ma costretta al rango di «generica». Sono Loan Eduard Gabia) giovane rumeno, figlio di un oppositore del regime di Ceausescu, arrivato in Italia in cerca di fortuna e Michele (Luca Lionello, Giuda per Mel Gibson), un quarantenne abruzzese venuto da giovane a Roma per svoltare» e ormai provato dalla via crucis del lavoro precario. Al punto da sognare di percorrere all’inverso le rotte dell’immigrazione: andare in Romania per aprire un ristorante sul Danubio insieme all’amico. [fonte: Gabriella Gallozzi, "Il Manifesto". url]

Come ha gestito il set del film e cosa ha prediletto nelle inquadrature?
Carmine Amoroso: Abbiamo girato il film in digitale, in HDV, con due piccole camere Sony. E spesso abbiamo girato come fosse un documentario. Era l’unica possibilità con i pochi mezzi economici che avevamo. In molte scene i protagonisti sono stati letteralmente catapultati nella vita reale. Sotto molto aspetti è un film assolutamente sperimentale. Per questo devo ringraziare tutta la troupe e il direttore della fotografia, Paolo Ferrari.
[fonte: Intervista al regista di Simone Pinchiorri, "cinemaitaliano.info". url]

Elenco dei festival ai quali il film ha partecipato. url

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Sono circa cento i soggetti e le sceneggiature firmate da Rafael Azcona nell’arco di cinquant’anni di carriera. Renderne conto è pressoché impossibile, come pure riuscire a recuperare tutte le visioni. C’è però un tratto ricorrente nel suo stile, uno sguardo tagliente sopra la realtà, dissacrante ed indulgente verso gli umili personaggi messi a nudo. Con Marco Ferreri la sua carriera è dal nulla emersa e nel giro di pochi anni ha saputo farsi strada nel giudizio della critica, ma soprattutto la sua scrittura ha saputo toccare il Grande pubblico, turbandolo e facendolo riflettere come pochi altri.
Non è un caso, dunque, che tutti i giornali spagnoli in questi giorni lo chiamino “El guionista más grande del cine español”.

Rafael Azcona – Filmografia completa

Los girasoles ciegos di José Luis Cuerda (Spagna/2008)
Martes de carnaval di José Luis García Sánchez (Spagna/2008) TV
María querida di José Luis García Sánchez (Spagna/2004)
Franky Banderas di José Luis García Sánchez (Spagna/2004)
La marcha verde di José Luis García Sánchez (Spagna/2002)
Son de mar di Bigas Luna (Spagna/2001)
El Paraíso ya no es lo que era di Francisco Betriú (Spagna/2001)
Adiós con el corazón di José Luis García Sánchez (Spagna/2000)

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Nel 2004 un fotografo di nudo di nome G. B. Sambuelli decise di dedicare una galleria di opere (in prevalenza primi piani di fondoschiena) al regista. Il qual chiaramente non fece mancare le sue considerazioni in merito, sotto riportate integralmente nel fax pervenuto a Sambuelli.

L a culoclastica panoplia delle foto di Sambuelli mi ispira.

Nel senso che il trionfo da lui orchestrato e a me dedicato di globi gemellari a cuore rovesciato solcati nel mezzo dalla abissale fessura che avvalla profonda verso il burrone anale formando con la piega orizzontale delle cosce croce di simmetriche labbra di orifizio, invito e promessa a paradisiache delizie, fa crescere la mia ispirazione.

Quella, per intenderci, che ho in mezzo alle gambe, e se si rizza abbastanza mi dà la più piena espressione di me stesso.

Che le foto di Sambuelli mi facciano questo effetto, credo sia perché del culo - inteso come categoria dello spirito - egli ha saputo cogliere alcune delle valenze fisiche e metafisiche di fondo, da tempo da me individuate, decrittate e codificate.

E cioè :

Che il culo è un urlo, laddove la cultura è solo un gerundio.

Che il culo è una efficace chiave di lettura della realtà, una splendida cartina di tornasole rivelatrice di stati d’animo, emozioni, pensieri, desideri e sentimenti.

Che il culo è un formidabile deragliatore ideologico di una cultura vecchia, accademica, polverosa, muffita, lugubre, cipigliosa, quaresimale, punitiva e lassativa.

Che il culo è un miracolo della Natura, un piccolo frammento di Universo capace di dare - come le ninfee di Monet, i girasoli di Van Gogh, le bottiglie di Morandi- un senso al non-senso dell’esistenza.

Che il culo è una mirabile e proteiforme medusa, con un’anima sensibile e una bocca stellare pronta a inghiottire supposte di carne e brodo d’amore.

Tutto questo ed altro ancora ho ritrovato nelle foto di Sambuelli, che per brevità di discorso qui riassumo nei 10 Comandamenti del seguente DECULOGO :

 

I: Il culo è lo specchio dell’anima

II: Ognuno è il culo che ha

III: Mostrami il culo e ti dirò chi sei: o almeno se sai recitare

IV: Filosoficamente il culo è laico: è l’anticoncezionale per eccellenza

V: Psicologicamente il culo è ottimista: a chi è fortunato si dice “che culo che hai”, toccare il culo porta bene

VI: Eticamente il culo è onesto: non è una maschera ipocrita come la faccia che sa fingere e mentire

VII: Esteticamente il culo è un capolavoro : è pura forma , significante allo stato puro, è sferico come il tondo, figura geometrica perfetta

VIII: Religiosamente il culo è una rivelazione: è il tocco della grazia che ti fa ritrovare la fede originaria nella donna a immagine e somiglianza di Dio

IX: Politicamente “sedere è potere” : anche se non basta un bel culo a fare carriera, se non c’è una mano che te lo spinge avanti

X: E a chi malgrado tutto ancora dubita e si chiede se il culo è “vera gloria”, io Manzonianamente rispondo “Ai POSTERIORI l’ardua sentenza”!

 

 

[Fonte: FUVO SPACE ]

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Lunedì, alle sette della mattina, è morto Rafael Azcona, si è spento a Madrid all’età di 81 anni in seguito ad un tumore ai polmoni. Proprio il giorno appena precedente avevo visto un documentario su Marco Ferreri rimanendo colpito fra le altre cose dall’eloquio rilassato e scanzonato di questo incommensurabile scrittore, che nella sceneggiatura ha trovato il proprio infallibile linguaggio d’appartenenza. Nel mio piccolo posso solamente promettere un approfondimento sul prossimo numero di Rapporto Confidenziale, perché forse fra le giovani generazioni quel meraviglioso duo creativo (Ferreri-Azcona) non è abbastanza conosciuto.

Rafael Azcona, sceneggiatore (24 ottobre 1926 - 24 marzo 2008).

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La classe operaia che non lavorava. Malamilano

di Alessio Galbiati

 

 

Il presente articolo è stato pubblicato sul numerotre (marzo2008) di Rapporto Confidenziale – rivista digitale di cultura cinematografica, pag.51. http://confidenziale.wordpress.com

 

 

L’uomo odierno passeggia monco con la museruola in un palazzo di miraggi. A volte, comunque, un cubetto vola contro una vetrina e un giovane corpo si avventa sui frutti proibiti…” Michel Tournier. Didascalia d’apertura del documentario

 

 

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puoi scaricare e vedere

Malamilano - dalla liggera alla crimininalità organizzata

dal sito New Global Vision

http://www.ngvision.org/mediabase/118

348.26 Mb

 

 

Malamilano – dalla liggera alla criminalità organizzata è un superbo documentario realizzato nel 1997 da Tonino Curagi ed Anna Gorio che fa luce su di un fenomeno sociale alquanto interessante, un documentario che attraverso la testimonianza d’una serie di voci di varia estrazione ricostruisce la malavita romantica che operò a Milano dalla fine della seconda guerra mondiale all’epoca del boom (o dello sboom come direbbe Andrea G. Pinketts).

Una malavita che prese il nome di liggera, termine milanese traducibile come “leggera”, ovvero un tipo di criminalità che fondamentalmente non agiva con violenza né tanto meno con armi, una criminalità estemporanea e di sussistenza che vide compiersi il proprio ciclo di vita con la rapina “del secolo” di via Osoppo del 27 febbraio 1958 soppiantata poi da azioni più violente ed organizzate che il cinema sfrutterà (oltremodo) spettacolarmente con quel genere chiamato poliziottesco.

 

«Lo spirito del documentario è quello di raccontare i vari punti di vista». Così Tonino Curagi illustra il metodo utilizzato nella realizzazione di Malamilano e già dalle prime sequenze dei cinquantasette minuti della sua durata ci si accorge che l’idea che lo sorregge è appunto quella di raccontare un periodo attraverso la viva voce di alcune persone che quell’epoca l’hanno vissuta. Il narratore principale di questa storia poco conosciuta è Primo Moroni, un uomo dotato d’un eloquio importante, capace di dipingere un affresco d’un epoca lontana con parole chiare. Primo Moroni fu un personaggio importante per quella che ad altre latitudini si definirebbe la scena underground della città, fondatore d’uno dei luoghi contro-culturali più preziosi: la libreria Calusca, oggi chiamata City Light (situata in via Concetta). A Moroni ed alla sua visione storica della questione fa da contro canto Bruno Brancher che invece negli anni cinquanta era a tutti gli effetti un operatore attivo di questa leggendaria e romantica mala.

La romanticità della liggera è forse il concetto principale dell’opera perché nell’incrociarsi dei vari punti di vista ciò che emerge è l’esistenza d’un suo codice etico che non prevedeva l’uso della violenza, ma che era invece motivato essenzialmente dall’estrema povertà che ammantava la città (e l’Italia intera) alla conclusione della seconda guerra mondiale. L’epoca di cui si parla è quella appena precedente al boom degli anni sessanta, poco prima dell’arrivo dei massicci flussi migratori che dal sud si riversavano nelle grandi fabbriche del nord alla ricerca d’una dignitosa occasione di vita. Questa malavita, che non sparava colpi e che non uccideva, era cresciuta in epoca fascista ed era passata per i tumultuosi anni della guerra in una città martoriata dai bombardamenti anglo-americani e violentata dalla disperata furia fascista e dalle rappresaglie naziste, una città invasa dalle armi e dalla violenza. Gorio e Curagi non perseguono alcuna tesi pre-costituita nel loro lavoro ma cercano quella visione convergente di stampo sociologico che emerge dai discorsi delle persone intervistate; è come se tutti gli attori di quell’epoca convenissero sul decadimento etico e morale d’un paese che dagli anni sessanta in poi subì la sbornia del miglioramento diffuso delle condizioni di vita, concordando in particolar modo sulla scomparsa, a seguito d’una contaminazione con i valori borghesi del benessere e degli status simbol, e la trasformazione subita da quella parte di società che costituì il vero motore dei miglioramenti del dopoguerra: la classe operaia. La malavita di fatto si contrapponeva all’etica del lavoro, riversando la propria speranza di miglioramento nell’idea di risolvere ogni problema con il colpo della vita, con quella ruberia in grado di farti uscire dalla miseria e dalla condanna al lavoro quotidiano in qualche catena di montaggio d’una grande fabbrica. La fabbrica e la strada, erano le due facce d’una stessa medaglia, due modi diversi ma convergenti di vivere il presente, due modalità di vita che si rispettavano vicendevolmente e che raggiunsero il loro punto di maggiore empatia proprio con “la rapina del secolo” avvenuta in via Osoppo il 27 febbraio 1958. Una rapina milionaria ad un furgone porta valori, durante la quale non venne sparato un solo colpo e che fu commessa da una banda vestita con delle tute blu, la classica divisa del lavoratore.

A pochi giorni dall’arresto degli esecutori materiali di questo leggendario colpo Indro Montanelli, sulle colonne del Corriere della Sera, scrisse: «Ufficialmente, sì, tutti scrivono e proclamano che sono contenti, anzi entusiasti del fatto che i criminali siano stati smascherati in modo da togliere a chiunque la voglia di imitarli. Ma, sotto sotto, senza osare dirlo, o dicendolo solo a bassa voce, la maggioranza tifava per i rapinatori […]. Quello scontro, calcolato alla frazione di secondo, fra l’auto e il camion, per distrarre l’attenzione dei passanti, e quell’assalto al furgone, rapido ed esatto da sembrare radiocomandato, aveva mandato in visibilio gli italiani».

 

Girato nel 1997 Malamilano registra anche la città di quell’epoca, permettendo allo spettatore di osservare i cambiamenti intercorsi, le modificazioni (poche) urbanistiche e più in generale, attraverso l’abbondante uso di materiale d’archivio, le trasformazioni avvenute dagli anni cinquanta ai giorni nostri. Molto materiale proviene da alcune delle opere principali di cinema documentario dell’urbanistica moderna, veri e proprio oggetti paradigmatici della documentazione sul/del contemporaneo assolutamente poco conosciti dal pubblico ma fondamentali in ambito specialistico; mi riferisco in particolare a Una Giornata nella Casa Popolare di Piero Bottoni (1933) e La città degli uomini di Michele Gandin (1954). Curagi e Gorio, inconsapevolmente allo stesso modo d’ogni produttore d’immagini in movimento che utilizzi un set reale, portano in scena la Darsena, i Navigli, la Barona ed altri angoli della metropoli che già si stava trasformando dal farsi bere all’essere bevuta e questo aspetto rappresenta, fra le altre cose, uno dei caratteri maggiormente godibili di questo lavoro.

 

Malamilano è questo e molte altre cose ancora. Vi rimando dunque alla sua visione che consiglio assolutamente.

 

 

I realizzatori

Tonino Curagi ed Anna Gorio (che intervisteremo per il prossimo numero di Rapporto Confidenziale) sono fra i più importanti documentaristi italiani. Il loro lavoro, iniziato negli anni ottanta, si caratterizza per la capacità di raccontare storie spesso marginali della nostra società attraverso uno stile assolutamente asciutto ed anti-spettacolare che privilegia la narrazione diretta, alla ricerca d’una interpretazione del reale vissuto come dato proteiforme.

 

 

Filmografia:

Lavoro al corpo (1980)

Prima e dopo il deserto (1981)

Le mille cose infinite (1985)

I sommozzatori della terra (1993)

Dolenti compagni di viaggio (1995)

Nata per vendere (1996)

Have you seen the stars tonite? Viaggio dentro Starship (1996)

Malamilano (1997)

Asiago-Vender: poesia concreta (1999)

Io sono Invisibile (2000)

Occhi di ragazza (2000)

Il mondo alla rovescia (2002)

Ando Gilardi. Fotografia e società. Gente di Milano (2005)

Gianni Berengo Gardin - Gente di Milano (2005)

Via San Dionigi, 93: Storia di un Campo Rom (2007)

Le ragazze di Milano (2007)

 

 

Link:

http://www.docume.org/page/schedafilm.asp?id=89

http://it.youtube.com/watch?v=fKJjL9_dArY

 

 

 

Malamilano – dalla liggera alla criminalità organizzata

Realizzazione documentario di: Tonino Curagi e Anna Gorio

Regia: Tonino Curagi; Sceneggiatura: Tonino Curagi, Silvano Cavatorta; Collaborazione al soggetto: Silvano Cavatorta; Fotografia: Renato Minotti; Montaggio: Anna Gorio; Musica: Riccardo Tesi, Patrick Vaillant; Canzoni della mala eseguite da: Pelè e Sergio Cesi; Suono: Antonio Cominati; Produzione esecutiva: Paolo Soravia; Coordinamento della produzione: Massimo Lecconi, Elio Vitelli; Editino digitale: Massimo Zambiasi; Elaborazione elettronica del colore: Bruno Lombardi – Olimpus; Mixage: Paolo Latina – AD Music; Interpreti: Primo Moroni, Bruno Brancher, Arnaldo Giuliani, Arnaldo Petronella, Pelè, Luciano Tamara, Sergio Cesi, Armando Radice, Lallo “2 Pistole” (ex banda Turatelo).

Italia - 1997 - 57’ - DVD - Paolo Soravia per Medialogo

 

Immagini di repertorio provenienti da: Audiovideoteca RAI Radiotelevisione Italiana di Milano. Regione Lombardia Settore Trasparenza e Cultura – Ufficio Attività Audiovisive. Scuola di Specializzazione in Comunicazioni Sociali dell’Università Cattolica di Milano. Biblioteca e Documentazione della Triennale di Milano. Arci Milano. Centro Audiovideo Biblioteca Comunale Sormani di Milano. Produttori Associati. Cineclub Milano. Biblioteca Nazionale Braidense.

Immagine d’archivio tratte da: Come si fa un Grande Giornale Produzione Omnia Film. Gente dei Navigli – Gamb de Legn di G. Guerrasio. Navigli Milanesi di N. Giansiracusa. Una Giornata nella Casa Popolare di P. Bottoni. Il gergo della Malavita di G. Ferrara. La città degli Uomini di M. Gandin. Giorni di Gloria di M. Serandrei e G. De Santis. Milano 1959 Produzione P.C.I. Rocco e i suoi fratelli di L. Visconti. Rapina a Mano Armata di S. Kubrick. Rififi di J. Dassin. Milano o Cara di P. Pillitteri. La Vita Agra – Banditi a Milano di C. Lizzani. La Notte di M. Antonioni. Sabato Domenica Lunedì di A. Giannarelli. Milano Violenta di M. Caiano.

 

Provincia di Milano - Assessorato alla Cultura - Cinestudio 1997

 

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Sul numerotre (marzo 2008) di Rapporto Confidenziale trovi anche: La mala ricorda di Alessio Galbiati e Intervista a Luca Zioni, organizzatore di Mala… Ricordi?

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Morire di rave a 19 anni in nome di un rito stanco

di Michele Serra


Tutte le culture, in tutte le epoche, hanno avuto i loro baccanali. Momenti di “sballo” collettivo che liberano dalle regole, sfrenano i corpi, accendono gli spiriti. I rave-party, così come si sono evoluti in un breve arco di tempo, sono un baccanale triste. Triste come la sconfitta culturale delle controculture giovanili che li hanno inventati e via via abbandonati.

Li hanno via via abbandonati alla deriva masochista delle droghe (soprattutto intrugli di sintesi) e del compiacimento autodistruttivo.

Quando nacquero, nelle zone degli Stati Uniti in crisi industriale, sotto gli enormi scheletri delle fabbriche dismesse e in anni di pesante disoccupazione, volevano essere una risposta corale e alternativa all’aura di morte sociale che incombeva su luoghi e persone. Ballare per ore, a volte per giorni, proprio là dove la società industriale lasciava solo rovine e vuoto.


Riempire quel vuoto con il battito simbolico della musica techno, spesso nata assemblando suoni urbani (sirene, clangori, effetti metallici) reiterati fino allo sfinimento. L’agitazione sfrenata dei corpi che riempie il nulla, lo contrasta, gli si rivolge contro. L’energia e l’adrenalina delle masse giovanili urbane che rifiuta di dismettersi assieme alla produzione. Un significato politico neanche troppo sotteso, anzi rivendicato: “Noi” non accettiamo il silenzio e la stasi che “voi” imponete alle macchine. Noi non vogliamo arrugginire. Noi vogliamo vivere e godere.


E il post-industriale americano e poi europeo si animò delle ombre irrequiete dei ravers, che danzavano sotto le volte scarnificate delle fabbriche abbandonate, in perenne conflitto con leggi (anche appositamente varate), polizia, popolazioni confinanti assordate dal battito e disgustate dalla quantità inverosimile di rifiuti e deiezioni che il rave lasciava sul posto: fenomeno non sorretto, quest’ultimo da alcuna giustificazione “alternativa”, e anzi quasi una inconscia firma di indegnità collettiva della quale è molto difficile vantarsi…


Il problema è che, come spesso accade ai propositi radicalmente alternativi, anche i rave hanno finito per imboccare la strada dell’auto-parodia. La frenesia voluta, cercata, rivendicata, è diventata una penosa (e pericolosa) ossessione prestazionale, come se ammazzarsi di rumore, di stanchezza, di “sballo” fosse una sfida alle convenzioni e non alla salute fisica e psichica. La resistenza alle droghe e alla fatica è stata spinta ben oltre il muro della logica. E - soprattutto - il mito quasi sciamanico della “trance” si è sovrapposto, col tempo, all’intenzione originaria, che era quella di una rappresentazione di energia di massa, quasi una riedizione “statica” dei cortei degli anni Settanta: un corteo politico stanziale, con la techno al posto degli slogan, ma in qualche caso anche cortei in piena regola, rave-parade urbane come quella che ha dato tanti grattacapi a Cofferati negli ultimi anni sfilando per le strade di Bologna.


“Uscire di testa” è diventato il mezzo e pure il fine, forse la sola porta d’uscita di una contro-cultura che ama rappresentare la società come la più cupa e fredda delle galere: tanto vale cercare un varco psichico, ennesima versione (però incupita, nera, esiziale) del sogno lisergico di Leary e dei freaks visionari dei Sessanta. In tanti caddero lungo la strada, in tanti cadono ancora.


Il rave di Segrate era, in questo senso, tipicissimo. Il capannone dismesso, lo squallore dei non-luoghi periferici inteso come teatro ideale della lunga cavalcata in arcione alla notte, alla musica e alla chimica. La rivendicazione di uno spazio e di un tempo entrambi non dati.


Detto cinicamente, meglio lì che nei luoghi naturali così spesso massacrati dai rave, come i prati alpini spopolati di flora e fauna dopo il passaggio di decine di migliaia di ballerini tristi, e trasformati in discariche d’alta quota. Assai meno cinicamente, c’è da compiangere il ragazzo di diciannove anni stroncato da chissà quali porcherie, e da soccorrere i molti altri collassati, quelli che il rave, come un corpaccione sordo e sfrenato, proietta ai suoi margini, scorie umane che non reggono il ritmo infernale, ennesima metafora della ferocia meccanica di una fabbrica ormai inesistente. Caduti del non-lavoro.


La Repubblica,
25 marzo 2008. URL

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Alessio Galbiati e Paola Catò

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